Il toro di Falaride di Agrigento

In tempi antichi la città di Agrigento veniva chiamata Akragas, la quale fu fondata intorno al 580 a.C..

Falaride era il gabelliere della città ovvero colui che riscuoteva le imposte.

Di certo era un personaggio di spicco e molto ricco tanto da prestare soldi agli Ennesi per vincere le guerre.
La sua importanza crebbe così tanto da riuscire a governare la città di Agrigento in qualità di vero e proprio Tiranno.
La storia del Toro di Falaride di Agrigento sembrerebbe più una leggenda che altro per i suoi tratti surreali, ma è documentata anche dal grande storico Diodoro (I secolo a.C.), il quale ci tramanda la storia del toro del tiranno Falaride.
Perillo di Atene fu colui che costruì questa diabolica macchina di tortura voluta appunto da Falaride.
Il toro di Falaride di Agrigento consisteva in una struttura esterna a forma di toro appunto ma all’interno era vuota, tutta fatta di bronzo.
Di lato aveva una porticina.
Il toro di bronzo diventò famoso per essere riscaldato dal fuoco che ardeva di sotto martoriando le povere vittime che venivano rinchiuse all’interno del toro infuocato.
Il tiranno Falaride usava uccidere i suoi nemici arrostendoli letteralmente nella cavità del toro di bronzo.
Le urla dei poveri disgraziati sembravano essere dei veri e propri muggiti del toro.
Infatti si narra che all’interno della testa del toro di Falaride ci fosse un sistema di tubi e fermi che riuscivano a trasformare le urla delle vittime in veri e propri muggiti.
La gente di Akragas tanto era traumatizzata da chiudersi in casa per non ascoltare quei rumori disumani.
La tradizione racconta che la morte di Falaride avvenne per una rivolta degli Agrigentini, i quali unirono le loro forze ed eliminarono il Tiranno.
Uno dei primi editti che fu emesso successivamente alla morte di Falaride fu il divieto di vestire in azzurro, ovvero il colore preferito dal Tiranno.

La grotta del Cavallo a Caltanissetta

Caltanissetta, come abbiamo già spiegato negli articoli riguardanti la città, racconta di una storia millenaria.

Sul Monte Sabbucina sono stati ritrovati i resti di antichissimi insediamenti, probabilmente inerenti alla civiltà dei Sicani, databili intorno al 2000 a.C.

A questo antico insediamento è legata la storia che andremo a raccontare.

C’era una volta nella città di Caltanissetta un giovane ragazzo chiamato “Peppineddu u pecuraru” ovvero Giuseppino il pecoraio.

Il ragazzo era solito portare il proprio gregge sul Monte Sabbucina.
Un giorno era sulla vetta del monte a pascolare le graziose bestiole quando perse di vista una delle sue pecorelle.
Cercò ovunque la sua povera bestia ma non la trovò.

Peppineddu passò un’intera giornata tentando di trovarla, tanto che calò la notte ed era ormai impossibile riscendere a valle con il restante gregge, poiché la strada era impervia e sia lui che le pecorelle avrebbero rischiato di cadere in qualche burrone.
Così decise di entrare in una grotta e cercare riparo.
La grotta era conosciuta con il nome di “Grotta del Cavallo”.

Peppineddu mangiò un po’ di pane con del formaggio, si preparò il giaciglio con un sacco che aveva con sé ed infine si addormentò.
Ma durante la notte venne svegliato da forti rumori che sembravano proprio delle voci.
Frastornato si alzò pensando di stare sognando, ma vide la grotta tutta illuminata.
Sentiva il vocio della gente che aumentava man mano che vi si avvicinava e con suo grande stupore vide che c’era in atto una fiera.
Eh già! Un vero e proprio mercato con un sacco di gente si stava appena svolgendo all’interno della Grotta del Cavallo a Caltanissetta.
Trasognante fu chiamato da un mercante che gli propose di comprare delle splendide arance.
Il poveretto non aveva molti soldi con sé e di questo se ne vergognava parecchio, anche perché a dir la verità quelle arance avevano davvero un bell’aspetto e ne avrebbe comprato volentieri un bel po’.
Peppineddu frugò nelle tasche e tutto ciò che aveva erano solo poche monete.

Con suo grande stupore i mercanti presero il sacco che funse da giaciglio per le poche ore notturne passate all’interno della “Grotta del Cavallo”, e lo riempirono pieno zeppo di meravigliose arance.

Nel frattempo la notte passò e le prime luci dell’alba iniziavano ad intravedersi.
Il ragazzo felicissimo dell’accaduto prese il sacco con sé e si avvicinò al vicino ruscello per fare bere il suo gregge ed iniziare la discesa al paesello.
Qui miracolosamente ritrovò la pecorella smarrita.
Arrivò a casa stanchissimo perché il sacco pesava stranamente molto, sicuramente più di quanto avrebbe dovuto essere.
Il padre di Peppineddu saputo l’accaduto aprì il sacco ed iniziò a sbucciare l’arancia, ma era durissima.
Tutte le arance erano d’oro.
A quel punto il padre ricordò subito la leggenda popolare che riguardava proprio la Grotta del Cavallo.

La leggenda voleva che proprio in quella Grotta si tenessero delle fiere magiche e tutto il materiale che usciva da lì si tramutasse in oro.
Allora il padre di Peppineddu, che si chiamava Ciccio Vattalone, bramoso della “roba” decise di passare la notte nella Grotte del Cavallo più volte, ma non successe mai nulla.
Anzi prese delle brutte bronchiti tanto da rimanerci alla fine secco!
Peppineddu usò con parsimonia e diligenza il suo oro comprando una casa più grande con l’annessa campagna, dove avrebbe potuto continuare il suo umile mestiere.
Fu sempre circondato da una buona stima e rispetto grazie alla sua grande umiltà.
Tanto era amato dai suoi concittadini che un giorno “Peppineddu u pecuraru” diventò sindaco di Caltanissetta.

Questa è la leggenda della Grotta del Cavallo a Caltanissetta dove si può evincere la morale del “chi troppo vuole nulla ha”, e farà di certo una brutta fine come successe al padre di Peppineddu.
Mentre chi viene scelto dalla Fortuna e sa gestire con umiltà il dono avuto troverà la felicità per sempre.

La storia di Liotru di Catania ed Eliodoro

Anticamente la città di Catania si chiamava “Catinon”, ed è cosa nota che fin dal periodo Greco-Romano il simbolo della città sia sempre stato l’elefante, meglio conosciuto come “Liotru”.

Alcuni documenti storici del periodo Greco e Romano narrano di alcune storie riguardanti il noto Dionisio, mentre vince le amazzoni a cavallo proprio di un elefante.

Quindi vogliamo dedurre che l’elefante in quell’epoca aveva un ruolo di grande importanza.
La storia del Liotru di Catania inizia quando la città venne abitata per la prima volta.
Si narra che fu proprio l’elefante a proteggerla dall’incursione di animali feroci e l’eroico animale salvò così i nuovi abitanti Catanesi.
In segno di riconoscenza fu costruito in materia lavica una statua raffigurante l’elefante, che venne posto su di una delle porte dell’antica città di Catania.
La storia del Liotru vuole che la suddetta statua fosse anche intrisa di magia e che servisse da scudo contro la furia impetuosa dell’Etna, che con le sue terrificanti eruzioni inviava getti incandescenti di lava fino a dentro la città.
Lì rimase fino alla dominazione Araba in Sicilia, dopo di che venne spostata nella Chiesa dei Benedettini, ed infine fu trasportata dove oggi può essere ammirata e fotografata ovvero nella bella Piazza centrale del Duomo.
La statua in pietra lavica del “Liotru” è posta su di uno stilobate.
Il nome Liotru deriva da Eliodoro, lo stregone che nel 725 d.C. durante la dominazione Bizantina in Sicilia, andava in giro per Catania cavalcando l’elefante in pietra lavica.
Si avvicinò alla stregoneria tramite l’aiuto di un uomo ebreo che lo impratichì di magia nera e la leggenda narra che invocò perfino Satana, il quale gli affiancò Gaspare, un degno servitore.
Da lì in avanti Eliodoro si divertì ad infastidire con dispetti e scherzi tutto il popolo Catanese.
Eliodoro voleva diventare a tutti i costi Vescovo della città di Catania.
In una notte di Aprile nel 726 Eliodoro, lui che aveva sbeffeggiato pure l’Imperatore, chiuso nella sua dimora meditava come poter sconfiggere definitivamente il suo acerrimo nemico, il Vescovo Leone il Santo Taumaturgo.
Il Vescovo era l’unica persona che riusciva a respingere la sua magia e ad avere il pieno favore del popolo.
Eliodoro, sapendo che l’indomani mattina Leone avrebbe detto la messa nella piazza antistante la cappella di S. Maria di Betlemme dove oggi sorge la Cattedrale, decise di raccogliere tutte le sue forze malefiche durante la notte e studiò al meglio un piano per poter sferrare l’attacco finale al nemico.
La Messa iniziò con la presenza di una grande folle.
Eliodoro si fece spazio tra la folla mentre faceva spuntare le corna su di uno o facendo cambiare il volto in maiale dell’altro.
Ad un certo punto iniziò ad infastidire pure il Vescovo Leone, ma quest’ultimo non gli diede retta.
Quando finì la messa Leone scese dall’altare e si avvicinò ad Eliodoro, il quale continuava imperterrito a sbeffeggiarlo.
Il Vescovo gli gettò al collo la sua stola e recitò delle preghiere.
A quel punto Eliodoro rimase paralizzato, Leone ordinò di fare scavare una grande fossa e riempirla di legna.
Venne acceso un grande fuoco ed il Vescovo vi penetrò trascinando con sé Eliodoro.
Mentre Eliodoro bruciava le vesti del Vescovo non furono minimamente toccate, infatti ne uscì totalmente indenne.
Questa è la leggenda di Eliodoro, il quale si divertiva a cavalcare con la sua magia il “Liotru” di pietra lavica per la città di Catania.

La leggenda di Santa Rosalia a Palermo

La leggenda di Santa Rosalia ebbe inizio sul Monte Pellegrino, la grande montagna che sovrasta la città di Palermo.

Esso prende il suo nome dal Santo Pellegrino che nel I secolo d.C. riuscì a convertire il popolo Palermitano al Cristianesimo.
Sul Monte Pellegrino furono trovati importantissimi reperti archeologici e dipinti.

Essi attestano le usanze delle civiltà preistoriche come ad esempio l’antico culto della Dea Tanit, divinità femminile Fenicia della quale abbiamo testimonianza anche a Roma e Cartagine.

Proprio sul Monte Pellegrino ebbe inizio la leggenda di Santa Rosalia il cui nome è l’unione di due fiori, Rosa Lilium.
A quanto pare la presenza miracolosa della Santa viene avvertita da un profumo inebriante di rosa e giglio.
Rosalia era una graziosa fanciulla di carnagione chiara, con capelli biondi ed occhi neri, imparentata ad i Normanni dal lato della madre ed inoltre era la damigella d’onore della Regina Margherita.

La leggenda vuole che Rosalia abbandonò tutti gli sfarzi e gli agi che la vita le aveva regalato per seguire la sua vocazione, per seguire Dio.
Mentre si trovava di fronte ad uno specchio, spazzolando i suoi lunghi capelli alla Corte del Re, vide riflesso il volto di Cristo.
Il fatto mistico colse la giovane fanciulla alla sprovvista, ma ne cambiò totalmente il corso della sua vita.
A soli 13 anni lasciò sia la sua famiglia che la meravigliosa reggia dove abitava e si rinchiuse nel Monastero di Santa Maria De Grupta, dove divenne monaca.
Non contenta iniziò il cammino di eremitaggio, che la portò sul Monte Pellegrino all’età di 25 anni dove trascorse il resto della sua vita pregando e vivendo una vita umilissima.
Mangiava solo ciò che la Terra le offriva.

Rosalia morì a soli 35 anni il 4 settembre 1175.
Dopo la sua morte furono innumerevoli i miracoli che fiorirono intorno al suo ricordo come il miracolo di Bivona.
Santa Rosalia apparse al cospetto di alcuni fedeli chiedendo la costruzione di una Chiesa in suo onore, ella in cambio avrebbe fatto sparire la peste dalla città.
I fedeli costruirono la Chiesa in onore di Santa Rosalia e la peste miracolosamente scomparve.
Un altro fra i tanti è il miracolo che racconta come vennero scoperte le ossa della giovane Santa.
Nel Maggio 1623 la città di Palermo era esausta dalla presenza della peste.
Alcuni fedeli, tra cui ricordiamo il nome di Girolama lo Gatto, si recarono alla grotta sul Monte Pellegrino, ormai meta di pellegrinaggio per tutti i fedeli devoti alla Santa, per chiederle il miracolo.
Girolama mentre stava sorseggiando un po’ d’acqua da una fonte ebbe una visione di Santa Rosalia, la quale le confidò che proprio lì si trovavano le sua ossa.
Allora chiese a Girolama di scavare e trovare i propri resti, in cambio Ella avrebbe guarito la città dalla peste.
I fedeli fecero esattamente ciò le Santa aveva chiesto e trovarono i resti della Santa in posizione sdraiata con la mano sotto la testa.
Dopo vari dubbi nati sulla reale appartenenza delle ossa ritrovate, esse furono consacrate come i resti di Santa Rosalia.
Da lì a poco tempo miracolosamente la peste svanì da Palermo.
Da allora Rosalia è la Santuzza dei Palermitani ed ogni 4 di Settembre è grande festa per tutta la città.

Dentro la grotta è stato allestito un tempietto dove si possono ammirare le varie testimonianze dei miracoli fatti dalla nostra cara Santuzza.