I Fenici in Sicilia

La presenza dei Fenici in Sicilia risale al X secolo a.C..
I Fenici erano un popolo di origine Semitica, si insediarono nel corso del IV millennio a.C. nella regione costiera dell’Asia Minore.

Era un popolo di navigatori e abili commercianti che esportavano in Occidente preziosi manufatti e legnami in cambio di materie prime.

Ciò che determinò la vocazione artigianale e commerciale dei Fenici furono proprio l’ insufficienza del territorio, per la poca vastità dei loro possedimenti, e la loro proficua posizione commerciale tra i grandi mercati dell’Oriente (come Egitto, Siria, Anatolia ecc.) e le terre del Mediterraneo.

Lo sviluppo della navigazione da parte dei Fenici era già presente nell’ XI secolo a. C..
Il loro interesse era rivolto anche alla ricerca di metalli verso le terre di Cipro, Sardegna e la Spagna.
La storia della tradizione Greca colloca in questo periodo le antiche spedizioni mercantili e la nascita delle colonie Fenicie di Cadice 1110 a.C. ed Utica 1101 a.C.

Successivamente i Fenici si spostarono verso le terre Siciliane.
I Fenici, osservando lo sviluppo commerciale delle colonie Greche nel Mediterraneo, si persuasero a passare dalla navigazione mercantile con sporadici punti d’appoggio alla fondazione di vere e proprie colonie.
La data della fondazione coloniale dei Fenici in Sicilia fu collocata tra il 750 ed 700 a.C .
I principali centri coloniali dei Fenici in Sicilia furono: Solunto posizionata sul monte Catalfano nei pressi di Palermo, Mozia sita sull’isola di Pantaleo comune di Marsala, Palermo chiamata dai Fenici Mabbonath e già abitata dai Sicani ed infine Lilibeo, l’attuale Marsala.
In ambito artistico l’arte dei Fenici in Sicilia venne largamente influenzata da apporti Egiziani, Egei, Anatolici e Mesopotamici.

Successivamente raccolse anche le caratteristiche Greche così da perdere del tutto la propria originalità.
L’influenza dei Fenici in Sicilia si evidenziò in alcune forme di ceramiche, le teiere a bocca trilobata chiamate “oinochoai” e soprattutto in alcuni strumenti fatti di bronzo trovati identici sia in Sicilia, nella penisola Iberica e nelle coste Atlantiche.
Durante questa fase anche il ferro fece la prima apparizione in Sicilia.
Ritrovamenti relativi al periodo dei Fenici in Sicilia furono il rilievo con un toro sbranato da due leoni, che decorava una porta della città di Mozia, conservata presso il Museo della stessa città; una statua onoraria sempre a Mozia; una scultura di una Dea seduta di Solunto; ed i due sarcofaghi nei dintorni di Palermo.

Del periodo più tardo della cultura Fenicia in Sicilia vennero collocati una caratteristica serie di edicole sepolcrali dipinte, scoperte a Lilibeo (Marsala).
Elementi caratteristici della produzione Fenicia sono da ricordare i sigilli a stampo con forma di scarabei, gioielli per lo più fatti di oro come collane, anelli, bracciali, pettorali e spille; oggetti in vetro trasparente o anche iridato.
In seguito, dall’ VIII secolo a.C. in poi, i Greci iniziarono ad invadere la Sicilia e si stabilirono sul lato Orientale dell’Isola.
Possiamo così riassumere in un quadro generale i movimenti dei Fenici nel territorio Siciliano, che nel periodo iniziale li troviamo sparsi su tutta la costa dell’Isola, ma con l’arrivo dei Greci si ritirarono nella zona Occidentale Siciliana.
Lingresso dei Greci in Sicilia diede inizio ad un periodo storico ricco di grandi cambiamenti.
Apportarono un incremento demografico, introdussero nuove idee in ambito economico imponendo la propria realtà linguistica, così che i Fenici in Sicilia cessarono di avere la propria autonomia.

La preistoria in Sicilia, considerato come un lunghissimo lasso di tempo che va dalla comparsa degli uomini sull’Isola, storicamente terminò con l’introduzione della scrittura sull’Isola ad opera dei Greci.

Dominazione araba in Sicilia

La dominazione Araba in Sicilia iniziò ufficialmente nell’ 827, con la conquista di Mazara del Vallo e terminò nel 1091 con la perdita della città di Noto ad opera dei Normanni.

Le città Siciliane conquistate dagli Arabi successivamente a Mazara furono: Palermo, Messina, Enna, Siracusa e Taormina.

La storia, soprattutto quella Cristiana, narra di atroci razzie e crudeltà operate dagli Arabi durante la conquista della Sicilia.
Si tratta, pur sempre, di “infedeli” contro cui si organizzarono la Guerre Sante, condizione che apportò per ovvie ragioni nella storia Cristiana un’ accezione negativa.
Dall’altro lato abbiamo la testimonianza di molti storici che affermano la rinascita della Sicilia sotto la dominazione Araba.
L’Islam è una cultura caratterizzata dalla mancanza di una religiosità centrale, differente dal Cristianesimo in cui si fa sempre capo all’istituzione della Chiesa e del Papa.
Probabilmente fu grazie a questa sorta di “libertà” che la dominazione Islamica in Sicilia fu caratterizzata da un’apertura cosmopolita finora sconosciuta ai popoli d’Occidente.
Un primo aspetto da considerare fu proprio quello religioso.
Durante la dominazione Araba in Sicilia i Musulmani permisero la tolleranza religiosa, ma allo stesso tempo riconobbero la condizione del popolo in qualità di sudditi tributari.
I Cattolici che desiderarono continuare a professare la propria religione ebbero la libertà di farlo seppur pagando una tassa un po’ più alta rispetto all’imposta attribuita agli stessi Musulmani.
Molti Cattolici, non avendo disponibilità economica, si convertirono all’Islam.
In generale, durante la dominazione Araba in Sicilia, la situazione religiosa venne vissuta con molta tolleranza.
Ai Cristiani fu solo proibito di fare “propaganda” del loro credo e di edificare luoghi di culto, tuttavia, poterono professare la propria religione nelle strutture già presenti.
Il contributo Arabo si applicò anche in ambito agricolo.
Fino a quel momento, l’agricoltura Siciliana era basata sul latifondo.
Gli Arabi optarono, invece, per il frazionamento dei latifondi ed una conseguente pluralità di appezzamenti terreni dove introdurre e sperimentare le nuove tecniche d’irrigazione.
Vennero introdotte inoltre nuove colture come il gelso, l’arancio, il dattero, il cotone, la seta, la canna da zucchero, lo zibibbo, il pistacchio, il limone.

Quindi d’ora in avanti la Sicilia non produrrà solo ed esclusivamente frumento e vino, ma grazie alla dominazione Araba diversificherà la sua economia con la produzione di nuove colture.
I musulmani che insediarono la Sicilia non furono formati da gente o popoli selvaggi e primitivi, ma bensì erano Egiziani, Persiani, Siri, ovvero popoli colti sotto ogni punto di vista.
Ciò ci porta all’incredibile bagaglio culturale che importarono nel campo della matematica, astronomia, acustica, medicina, nell’artigianato ed altro ancora.
Durante la dominazione Araba, l’economia ed il commercio Siciliano furono in pieno sviluppo.

Palermo (in Arabo BALARM), in veste di capitale dell’Emirato, divenne il centro d’irradiazione della civiltà intellettuale, artistica e commerciale Islamica.
Purtroppo nulla resta della città di Palermo durante la dominazione Araba, a causa della successiva dominazione Normanna che si piantò ed edificò le nuove strutture sopra le macerie della cultura e tradizione Araba.
Moschee ed edifici apparentemente di stile Arabo sono stati quasi tutti datati di età Normanna quindi posteriore a quella Islamica.
Per molti edifici non si ha neanche la certezza se siano stati frutto dei continui scambi culturali tra Normanni ed Arabi in epoche successive.
Ciò che rimane della civiltà Musulmana in Sicilia si può visitare al Museo d’Arte Islamica presso il Castello Arabo-Normanno della Zisa a Palermo, dove sono raccolti i suppellettili ed oggetti ritrovati in Sicilia e nel Mediterraneo.

Dominazione Romana in Sicilia

La dominazione Romana in Sicilia iniziò nel 241 a.C. con il termine della Prima Guerra Punica.
Le Guerre Puniche furono una serie di scontri tra Romani e Cartaginesi che si contendevano l’egemonia nel Mediterraneo compresa la Sicilia.

I Romani decisero di conquistare la Sicilia per motivazioni economiche e politiche.

La Sicilia rappresentava il potere acquisito dai Greci, era il caposaldo della Magna Grecia, forse l’ emblema di un potere eccessivo, esagerato ed allo stesso tempo troppo pericoloso e minaccioso per i vicini Romani.
Gli obiettivi dei Romani erano l’annessione di nuovi possedimenti e la totale supremazia nel bacino del Mediterraneo.
Nella fase iniziale della conquista lo stato Siracusano, con a capo il Re Ierone II, si schierò fedelmente con i Romani rimanendo così indipendente.

Nella Seconda Guerra Punica, morto Ierone II, Siracusa passò in mani avversarie e fu di questo periodo l’ardore inventivo di Archimede, scienziato Siracusano che costruì delle macchine da guerra per distruggere le truppe Romane.
La Sicilia divenne la prima Provincia Romana, e nel 212 a.C. anche Siracusa che era la colonia più forte, che cercò di prevalere sugli stessi Cartaginesi, capitolò.
Le guerre fra queste due grandi potenze furono in tutto tre e terminano con la totale supremazia di Roma sul Mediterraneo.

Con la dominazione Romana in Sicilia, la Capitale si assicurò il cibo necessario (grazie alla produzione di grano e vino) per sfamare le sue truppe sempre in guerra ed un varco per un eventuale sbarco in Africa.
Grazie alla posizione dell’isola, che ha da sempre giocato un ruolo di punto strategico nel Mediterraneo, i conquistatori poterono crearsi un varco per approdare anche sul continente Africano.

Durante la dominazione Romana in Sicilia, se da un lato troviamo l’economia ed il commercio al massimo della loro prosperità, dall’altro lato l’immagine fornita dai libri di storia non è delle più floride.
La Sicilia venne considerata una sorta di “granaio” della Capitale, grazie all’ingente produzione di frumento; come struttura economica si impose il latifondo; i Siciliani vennero sfruttati e trattati da sudditi e mai da alleati, ed inoltre furono costretti a pagare regolari tributi a Roma.
Insomma il malcontento generale accrebbe sfociando in vere e proprie insurrezioni ciò che la storia denominò le “Guerre Servili”.
Aspre e dure rivolte, espressione dell’impeto d’indipendenza Siciliana, organizzate da personaggi davvero illustri come Euno, lo schiavo diventato Re.
“Le Verrine”, orazioni di Cicerone testimoniano il malessere ed il mal costume politico durante la dominazione Romana in Sicilia. Questo grandioso lavoro fu un accusa di corruzione e appropriazione indebita contro il Pretore della Sicilia, Gaio Licinio Verre, a discapito del popolo Siciliano.
Le Guerre Servili ed il malgoverno di Verre determinarono una visione negativa della vita Siciliana in età Romana.
Nel corso della dominazione Romana in Sicilia molte città apparsero decadute o anche del tutto abbandonate come nel caso di Selinunte, Camarina, Lentinoi, a causa dell’arrivo della malaria.
A livello economico e commerciale prosperò il benessere come testimonianza vi furono i traffici verso Oriente ed Occidente con le superstiti città marittime.
Il lascito artistico della lunga dominazione Romana in Sicilia, durata dal III secolo a.C. fino al VI secolo d.C., lo ritroviamo nello splendore di Catana (Catania), Tauromenio (Taormina), Tindari, Panormo (Palermo), Lilibeo (Marsala).
Nel dettaglio, l’eredità artistica della dominazione Romana in Sicilia, si manifestò con gli Anfiteratri di Catania, di Siracusa e di Termini Imerese; venne ampliato il Teatro Greco di Taormina e rifatto il Teatro di Catania perchè dovevano adeguarsi al nuovo gusto edilizio Romano; l’acquedotto Cornelio di Termini, il ponte sull’ Alcantara, Le Terme di Catania, la Naumachia di Taormina, ovvero una costruzione in muratura utilizzata come fontana con giochi di acqua di dimensioni monumentali; la villa Romana del Casale sita in Piazza Armerina, la quale oltre ad essere una vera manifestazione della realtà latifondista dell’epoca è l’espressione della magnificenza decorativa ricca di meravigliosi mosaici; la bellezza delle abitazioni urbane o delle ville della dominazione Romana in Sicilia furono rivalutate solo in epoca moderna.
Di notevole importanza fu inoltre la ricchezza dell’artigianato di Centuripe (comune di Enna), dove si lavoravano figure di terracotta con soggetti sacri e vasi con rilievi decorativi policromi e dorati, adornati con scene pittoriche.
Dell’età Cristiana Romana furono i piccoli ipogei (sotterranei) e complesse catacombe che costituirono in Sicilia i primi documenti caratteristici dell’arte Cristiana presenti soprattutto nella città di Siracusa.

Dominazione Greca in Sicilia

La dominazione Greca in Sicilia iniziò nell’ VIII secolo a.C. e terminò il III sec a.C.

La colonizzazione Greca in Sicilia, da studi storici, la si fa risalire convenzionalmente con la fondazione della prima colonia di Zancle (dal greco “Falce”), che corrisponde all’ odierna città di Messina, nel 756 a.C..

Possiamo così riassumere la colonizzazione Greca in Sicilia: Zancle (l’ odierna Messina), Naxos (l’odierna Giardini- Naxos), Leontinoi (l’odierna Lentini) e Katane (l’odierna Catania); nella parte sud-orientale i Corinzi ed i Megaresi fondarono rispettivamente Syrakousai (l’odierna Siracusa) e Megara Hyblaea (l’odierna Augusta).
Mentre nella costa Meridionale, nel 688 a.C., Cretesi e Rodii fondarono Ghelas (l’odierna Gela), con cui si concluse la prima fase della colonizzazione Greca in Sicilia.
La dominazione Greca in Sicilia fu volta al dominio territoriale sulla base della proprietà agricola, le colonie vennero dovunque a contatto con gli indigeni, i quali si ritirarono nell’entroterra Siciliano, soprattutto nelle zone dell’Etna o sul monte Peloro.
Avvennero così le prime trasformazioni nelle culture indigene che iniziarono ad assorbire la cultura Greca modificando anche le loro forme sepolcrali.
Sono tipici di questa fase di Ellenizzazione della dominazione Greca in Sicilia i villaggi e le necropoli del Monte Finocchito nei pressi di Noto e di Licodia in provincia di Catania, e nelle province Occidentali corrispondenti a Sant’ Angelo Muxaro in provincia di Agrigento e Mussomeli in provincia di Caltanissetta.
L’incontro della civiltà coloniale Greca e quella indigena diede i natali alla cultura dei Sicelioti.

Le colonie Greche attinsero dalle civiltà preesistenti Siciliane e viceversa.
Allo stesso tempo cercarono una propria autonomia dai connazionali Greci della madrepatria, quasi a voler formare un ceppo culturale a parte, denominandosi Sicelioti.
Dal punto di vista strutturale, la dominazione Greca in Sicilia, introdusse i canoni dell’organizzazione tipica della “Polis” Greca (Città- Stato).
Vennero sostituite le basi circolari degli insediamenti indigeni, costituite da vecchie capanne, con le basi rettangolari delle nuove abitazioni.
Si andò via via formando il grande territorio situato nell’Italia Meridionale chiamato MAGNA GRECIA, di cui la Sicilia fu il perno principale.

La seconda fase della colonizzazione Greca in Sicilia vide protagoniste le stesse “Polis” (Città- Stato) Siciliane, che fondarono varie sub-colonie: nacquero così, tra il VII secolo e la prima metà del VI secolo a.C., le città di Akrai (l’odiena Palazzolo Acreide), Casmene (Monte Casale), Himera (l’odierna Termini Imerese), Selinunte, Camarina (colle Cammarana in provincia di Ragusa) e Akragas (l’odierna Agrigento).
L’ ultima delle fondazioni Greche fu Lipari nel 580 a.C..

La dominazione Greca in Sicilia fu un lungo periodo di alta espressione artistica, tra tutti spiccano per maestosità il Teatro ed il Tempio di Segesta; i Templi di Agrigento e Selinunte; il Tempio di Apollo; il Teatro di Siracusa ed il Teatro di Taormina.
Si deve ai Greci la nascita del nome TRINACRIA.
Significa tre promontori rispettivamente da treis e àkra, nome che evoca più che mai l’eredità Greca in Sicilia.
Esso fu espressione e meravigliosa manifestazione di solarità, luminosità, cultura classica e rivelazione di innumerevoli geni come architetti, artigiani, ingegneri.

La Scuola Siciliana

La Scuola Siciliana fu un movimento culturale sviluppatosi nel XIII secolo presso la corte di Federico II di Svevia e poi anche con figlio Manfredi.

La Scuola Siciliana venne considerata la prima scuola poetica della letteratura Italiana, elaborò la lirica di arte volgare sul modello della lirica Provenzale.

Testimonianza storica del movimento letterario si ha nel De Vulgari Eloquentia opera di Dante, che ne pone la definizione in qualità di un gruppo di poeti a Palermo, presso la corte di Federico II e del figlio Manfredi.
La Scuola Siciliana si ispirò alla poesia trobadorica Provenzale ma utilizzò la propria lingua, ovvero il Siciliano volgare.
Tra i poeti della Scuola Siciliana fecero parte famiglie aristocratiche, nobili, cortigiani ed alti dignitari del Regno. Essa non fu aperta solamente allèlite Siciliana ma parteciparono anche trovatori e giullari provenienti dalla Provenza, coloro i quali che nel XIII diffusero la poesia lirica.
Gli argomenti della Scuola Siciliana furono prettamente di tematica amorosa, in cui il poeta proclamava il suo amore alla donna in un’ accezione di sottomissione, proprio come un vassallo fa con il suo padrone.
Virtù come “leanza, timore, soggezione e fede” proclamate dal vassallo alla donna amata la quale risulta essere sempre irraggiungibile.
La tematica della guerra non fu mai contemplata nè trattata.
Probabilmente in un periodo così florido non vi era alcun desiderio di trattare tematiche così tristi e gravi ma si preferì inneggiare solo la pace e la serenità della dominazione Sveva in Sicilia.

Gli argomenti più frequenti trattati dalla lirica siciliana furono canti di litigi di innamorati, lamenti di fanciulle sposate per dovere, amori non corrisposti, i tradimenti, i canti della lontananza ecc..
Le forme utilizzate furono la canzone su stampo Provenzale, che venne utilizzata per espressioni alte e tematiche di carattere teoriche o dottrinale;
la canzonetta, composizione di versi brevi impiegata per testi narrativi sempre di tematica amorosa, e per la prima volta si utilizzò il sonetto, un componimento lirico che divenne espressione della poesia italiana.
La Scuola Siciliana ebbe il merito di aver introdotto il SONETTO, che diventò il sistema ordinario per fare poesia.
Si tratta di un sistema metrico del tutto innovativo strutturato da quattordici versi endecasillabi suddivise in due quartine e due terzine.

Riportiamo di seguito il sonetto (schema ABAB ABAB CDE CDE) del Notaro Jacopo da Lentini:

Amore è uno desi[o] che ven da’ core
per abondanza di gran piacimento;
e li occhi in prima genera[n] l’amore
e lo core li dà nutricamento.

Ben è alcuna fiata om amatore
senza vedere so ’namoramento,
ma quell’amor che stringe con furore
da la vista de li occhi ha nas[ci]mento:

ché li occhi rapresenta[n] a lo core
d’onni cosa che veden bono e rio
com’è formata natural[e]mente;

e lo cor, che di zo è concepitore,
imagina, e [li] piace quel desio:
e questo amore regna fra la gente.

La maggior parte del materiale della lirica Siciliana è pervenuta fino a noi grazie ad una trascrizione di un copista Toscano, che raccolse il materiale nell’opera il Manoscritto Vaticano Latino 3793. Non è da escludere che il copista fece delle manomissioni traducendo molte parole dal volgare Siciliano in volgare Toscano.
Mentre, grazie al lavoro Giovanni Maria Barbieri, sono giunti fino a noi pochi componimenti originali della Scuola Siciliana.
Emiliano di nascita, ebbe il gran merito di aver trascritto dei versi Siciliani tali e quali come li aveva trovati.
Di Stefano Protonataro è pervenuto l’intero componimento “ Pir meu cori alligrari” e solamente alcune stanze di “ S’ iu truvassi pietati” e “ Allegru cori plenu” di Re Enzo, figlio di Federico II, ed una parte di “ Gioisamente canto” di Guido delle Colonne.
Dal punto di vista linguistico possiamo dire che il linguaggio adoperato dalla Scuola Siciliana non fu esclusivamente un Siciliano volgare, ma una lingua libera da elementi dialettali, un Siciliano depurato e ricco di latinismi ed elementi Provenzali.

Un linguaggio adoperato per scopi culturalmente alti, il Siciliano si pose l’obiettivo di erigersi a lingua letteraria.
Così si creò un linguaggio originale, che non ebbe alcun riscontro nell’uso quotidiano e popolare, ma neanche nella stessa Corte.

Teniamo però sempre presente che la maggior parte degli scritti pervenuti furono il frutto di trascrizioni ad opera di copisti Toscani, quindi probabilmente furono effettuate delle alterazioni.
Di seguito alcuni dei nomi dei membri più famosi della Scuola Siciliana: Giacomo da Lentini considerato il padre fondatore del sonetto, Odo delle Colonne, Guido delle Colonne, Pier della Vigna, Re Enzo, lo stesso Federico II, Stefano Protonotaro ecc.
Alla morte di Federico II, il figlio Manfredi continuò attivamente il lavoro della Scuola di Sicilia.

Con il decesso di quest’ultimo la Scuola Siciliana tramontò definitivamente non trovando degni seguaci capaci di protrarre il lavoro fatto presso la Corte Sveva.

I Sicelioti

I Sicelioti è il nome con cui venivano indicati gli abitanti delle colonie Greche nate in Sicilia, nome che tende a delineare una differenza con i Greci della madrepatria, loro connazionali.

Tale accezione venne data con riferimento ad i Greci nati delle colonie Siciliane differenziandosi così dai Greci Ateniesi (che si definivano Italioti) e dalle popolazioni già presenti sull’Isola come i Siculi di origine Indoeuropee, Sicani di stirpe mediterranea e gli Elimi.

Fondamentale per la nascita della definizione dei Sicelioti fu il Congresso di Gela nel 424 a.C. che sanciva la pace fra le città Siceliote e la scongiura della minaccia Ateniese.
Grazie agli indizi forniti dalle testimonianze archeologiche ci troviamo in presenza di una realtà culturale che attesta la presenza di opere di ingegno fantastico, che genera miti, forme poetiche primitive, capacità costruttive, produzione nell’artigianato.
In questo quadro generale le culture delle popolazioni già esistenti si unirono e si fusero con la cultura della gente colonizzatrice.
Dal frutto di questo incontro si andò man mano formando l’individualità culturale Siceliota.

Dei primi gruppi coloniali Sicelioti ricordiamo alcuni poeti quali Eumelo di Corinto che operò a Siracua ed Aristosseno a Selinunte.
Di nota importanza fu Stesicoro, poeta Siceliota il quale creò carmi seguendo l’impostazione della lirica corale Dorica.
Del VI secolo a.C. fu l’opera del legislatore Caronda, il primo lavoro applicato ai problemi del rapporto sociale.
Nel secolo VI a.C. nelle maggiori città come Siracusa, Gela, Selinunte ed Agrigento vennero costruiti i Templi.
Lo stile Siceliota aveva forma e stile ancora incerti e modesti, lontani dallo stile propriamente detto Greco.
Nell’ Artemision, nell’Olympieion di Siracusa e nel Tempio C di Selinunte ritroviamo le prime vere caratteristiche portate ed elaborate dai coloni, in una forma più mature della cultura Siceliota.
Purtroppo, quelli che a noi giungono superstiti sono i minori.
Le caratteristiche artistiche dello stile dei Sicelioti si esprimevano nel mantenere le forme ben precise e salde che creavano una sensibilità decorativa, rendevano le figure, o le forme in genere, non nell’astrazione di pura forma ma nei riflessi dei sentimenti.
Si affermava così uno stile che volge al realismo ed alla concretezza con l’utilizzo di forme nette e ben definite.

Ricordiamo alcuni ritrovamenti di artisti Sicelioti di cui non ci è pervenuto il nome: la statua da Inessa che si trova nel Museo del Castello Ursino di Catania; il bronzo chiamato “l’ Efebo di Selinunte” che si trova presso il Municipio di Castelvetrano; le terrecotte di Selinunte ed Agrigento.
La differenza riscontrata, rispetto allo stile propriamente Greco, nelle forme crude, nette, ferme ed espressive di vita la si deve probabilmente al contatto dei coloni con le popolazioni e culture già esistenti in Sicilia.
In ambito letterario troviamo alla corte di Ierone I, tiranno di Siracusa, il Siceliota Epicarno.
E’ ricordato per essere stato il primo ad aver dato le prime forme alle rozze azioni del teatro popolaresco; altre due figure intellettuali Sicelioti sono Formo e Deinoloco.

Dalla stessa materia popolare attinse Sofrone che creò vivaci azioni sceniche ovvero i MIMI, forma teatrale che resterà prediletta nello spirito Siciliano.
In ambito filosofico ebbe grande spicco la figura Empedocle di Agrigento, figura politica e filosofica Siceliota che diede un notevole contributo nel campo naturalistico.
Appartenne al periodo culturale dei Sicelioti l’edificazione del Castello Eurialo di Siracusa, voluto da Dionigi.
E’ una delle costruzioni più geniali mai concepite nell’antichità volte alla difesa della città.
Nel III secolo a.C., periodo in cui nacque a Siracusa il grande Teatro Greco ad opera di Ierone II, vissero due delle massime personalità Siceliote dell’Isola, Teocrito ed Archimede.
Teocrito, l’unico Siceliota di cui ci è pervenuta l’opera completa, fu l’ iniziatore della poesia bucolica ed Archimede fu uno degli inventori e scienziati più illustri che la storia abbia mai conosciuto.

La dominazione Angioina in Sicilia

La dominazione Angioina in Sicilia ebbe una durata molto breve.

Iniziò nel 1266, quando Carlo d’Angiò fratello del re di Francia uccise Manfredi di Sicilia ultimo erede legittimo degli Svevi, e terminò nel 1282 con la rivolta dei Vespri Siciliani.

Dopo la morte di Manfredi il figlio 17enne Corradino di Svevia provò a riconquistare il potere in Sicilia, ma venne sconfitto e decapitato.

Gli Angioini, di fazione Cattolica, furono affiancati dalla Chiesa e dal Papato e per questo godettero dell’appoggio indissolubile del clero.
Ma il popolo Siciliano tra sommosse e rivolte non stava vivendo serenamente. Il benessere della dominazione Sveva rimase solo un ricordo ed iniziò a serpeggiare fra i Siciliani un sentimento anti-Francese ed un rifiuto all’occupazione di Carlo d’ Angiò.
Questo fu il motivo principale per cui gli Angioini mantennero sempre, anche negli anni seguenti, una certa diffidenza nei confronti della Sicilia e del suo popolo.
Stabilitasi la dominazione Angioina in Sicilia, la capitale venne spostata da Palermo a Napoli, un numero indecifrato di terre fu consegnato ai Signori Francesi, vennero favoriti molti banchieri e mercanti Fiorentini di provenienza Guelfa, insomma tutte le nuove direttive furono a discapito dei Siciliani.
Inevitabilmente si accesero le rivolte fra il popolo, a tal proposito vogliamo ricordare che la città di Catania fu teatro di varie guerriglie contro la dominazione degli Angioini in Sicilia.
Questo crescente malessere oltre a sfociare in vere e proprie rivolte, portarono i Siciliani ad avvicinarsi sempre di più alla figura di Pietro III d’Aragona di fazione Ghibellina, il quale sposando Costanza figlia di Manfredi, rivendicò per diritto il regno Siciliano.
Ricapitolando il quadro storico appariva così delineato: da un lato cerano i Siciliani e gli Aragonesi di fazione apertamente Ghibellina e dall’altro lato gli Angioini uniti con il Papato ed il Regno di Francia, tutti di fazione ovviamente Guelfa.
Ancora una volta la Sicilia fu terra di aspra contesa.
Infatti da un lato troviamo nemica la Chiesa, che indistintamente lottava contro chi osava mettere a repentaglio la Sua egemonia.
Mentre dall’altro lato riemersero i caratteristici sentimenti di autonomia ed indipendenza del popolo Siciliano, ormai peculiari nella storia della Sicilia.
La posizione strategica della Sicilia nel Mediterraneo ha da sempre costituito una ghiotta possibilità di crescita mercantile ed economica ambita da tante Potenze. Questa bramosia di potere si è manifestata nei secoli attraverso le varie dominazioni come quella Greca, la dominazione Romana, la dominazione Bizantina, la dominazione Araba, la dominazione Normanna, la dominazione Sveva, ed in questo caso Angioini ed Aragonesi.
Nel 1282 la situazione precipitò in una rivolta generale che coinvolse queste due fazioni, sfociando in ciò che la storia denominò I Vespri Siciliani.
Queste serie di rivolte, sotto il dominio Angioino in Sicilia, terminarono nel 1302 con il compromesso di Caltabellotta, in cui Carlo II d’Angiò riconobbe agli Aragonesi la sovranità della Sicilia ma con la denominazione di “Re della Trinacria”.
L’accordo sigillato da questo compromesso non fu mantenuto e negli anni susseguirono diverse guerriglie fra Angioini ed Aragonesi fino al 1372 quando Giovanna I d’Angiò, Regina di Napoli, rinunciò definitivamente a qualsiasi diritto sulla Sicilia a favore di Federico IV d’Aragona con il Trattato di Avignone.

La dominazione Aragonese in Sicilia

La dominazione Aragonese iniziò nel 1282 con a capo di Pietro III d’ Aragona e terminò nel 1516 con la morte di Ferdinando II d’ Aragona.

La dominazione Aragonese in Sicilia cominciò con l’ occupazione di Palermo e da lì a poco a poco si irradiò per tutta lIsola.

Pietro III d’ Aragona, durante il Suo Regno, mantenne sempre divisa la Corona di Sicilia con quella Aragonese.
Dopo la sua morte il figlio Federico III d’ Aragona ereditò il trono.
Egli fu voluto fortemente dal popolo Siciliano e venne eletto presso il Castello Ursino di Catania.
Il quadro generale politico dellepoca era il seguente: da un lato troviamo i Siciliani capeggiati da Federico III d’ Aragona e dall’altro gli Angioini affiancati dagli Aragonesi Spagnoli del Re Giacomo, che per vari interessi politici ed economici decisero di mettersi contro i propri connazionali.
Ricordiamo infatti che la corona Siciliana fu sempre divisa da quella Aragonese, per cui da alleate ora si trovarono nemiche.
La dominazione Aragonese mantenne l’ Assolutismo Monarchico introdotto da Federico di Svevia.
Il Parlamento venne diviso in tre parti: la parte che rappresentava la città, quella militare e la parte ecclesiastica.
Il Parlamento ebbe un ruolo fondamentale nel limitare l’Assolutismo Monarchico.
Infatti il Re non poteva dichiarare guerra o prendere decisioni in ambito economico, politico o altro senza l’approvazione del Parlamento.
Il Parlamento ebbe anche il potere di eleggere il Re e provvedeva al corretto adempimento dei compiti di avvocati, giudici ecc.
Doveva essere convocato almeno una volta all’anno, il giorno di tutti i Santi.
Dal punto di vista economico-sociale ed anche culturale non ci furono momenti di grande spicco.
La dominazione Aragonese in Sicilia portò anzi una graduale recessione e malessere tra il popolo.
Vennero divisi e ricostituiti i latifondi a beneficio di alcuni Signori di alto lignaggio.
Chi ne fu colpito ovviamente furono le classi di livello inferiore, gli ambiti rurali più modesti ma anche la media borghesia ne uscì deteriorata.
L’urbanizzazione non venne curata e ne conseguì un rapido declino delle bellezze cittadine e dell’ordine pubblico.
Di fatti storici importanti ricordiamo il Trattato di Avignone che decretò il termine definitivo dei Vespri Siciliani, dando agli Aragonesi pieno titolo sul Regno della Sicilia.
Fra intrecci di Regni e passaggi di Corone dovuti a matrimoni e parentele varie, importante per le sorti della Sicilia fu l’ingresso della Dinastia dei Trastamara.
Con Ferdinando I chiamato “il Giusto”, figlio di Eleonora d’ Aragona e Giovanni I di Trastamara, già Re di Aragona, Valencia e Catalogna, la Sicilia da Regno passò ad essere una semplice provincia del Regno Aragonese, condizione che rimarrà tale fino alla dominazione Borbonica.
Il successore Alfonso detto “ Il Magnanimo” nel 1434 fu promotore della nascita della prima Università Siciliana a Catania: SICILIAE STUDIUM GENERALE
L’ ultimo Re fu Ferdinando II di Aragona, che sposò Isabella di Castiglia unificando così sotto un’unica Corona il Regno di Sicilia e quello Spagnolo.
Con la dominazione Aragonese, lo stile in ambito artistico che prese piede fu quello Gotico.
Testimonianza sono: la Chiesa di Santa Maria della Catena a Palermo, il Palazzo Abatellis, il Palazzo Arcivescovile, la Badia Vecchia ed il Palazzo di Corvaja a Taormina.
In ambito artistico la figura di maggior spessore fu Antonello da Messina.

La dominazione spagnola in Sicilia

La dominazione spagnola in Sicilia iniziò con l’incoronazione di Carlo V nel 1516 e terminò nel 1713 con la Pace di Utrecht.

La precedente dominazione Aragonese si concluse con il matrimonio tra Ferdinando II d’ Aragona e Isabella di Castiglia, unendo così sotto la stessa Corona Aragonesi ed Angioini.

Carlo V d’ Asburgo, nipote diretto dal lato materno, oltre ad essere Re di Spagna, Re d’Italia, Arciduca d’ Austria ed Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico ereditò anche la Corona di Sicilia.
Fu così che la dominazione Spagnola portò la dinastia degli Asburgo in Sicilia.
Il governo Spagnolo esercitò la propria politica sulla Sicilia tramite i Vicerè quali: Emanuele Filiberto di Savoia, Juan De Vega, Ferrante I Gonzaga.
Questo decentramento amministrativo comportò una scarsa presenza della Corte in Sicilia per tutto il periodo della dominazione Spagnola, ad eccezion fatta per tre mesi di Carlo V passati sull’ Isola.
La condizione politico-sociale fu segnata da un notevole malcontento.
A causa di ingenti tasse la vita nei feudi si fece sempre più pesante e così i contadini preferirono cercare fortuna nelle città.
La realtà di città crebbe sempre più grazie anche alla nascita di classi sociali nuove come il proletariato.
Ne conseguì che la realtà feudale visse un periodo di grande crisi.
Il governo Spagnolo, rendendosi conto della situazione, decise di promulgare la “licentia populandi” a favore dei nobili Siciliani.
Questa legge permise loro di avere piena libertà nel popolare un feudo o di costruire nuove strutture, dette anche Bagli.
La politica di rinnovamento Spagnolo portò alla riedificazione di interi villaggi contadini.
Essi in genere erano composti principalmente da due punti di riferimento ovvero una Chiesa ed un Palazzo Baronale, attorno ai quali si svilupparono veri e propri villaggi.
Nacquero proprio in questo periodo piccoli centri Siciliani come : Valguarnera Caropepe, Vittoria, Cinisi, Leonforte, Niscemi ecc..
Molti dei feudatari erano ricchi mecenati, finanzieri o ricchi commercianti.
Durante la dominazione Spagnola in Sicilia, proliferò la lavorazione della seta e della canna da zucchero; si sviluppò molto lavoro grazie alle saline nella parte Occidentale dell’ Isola; ed infine ricordiamo le produttive attività della pesca del tonno nello Stretto di Messina e la viticoltura.
Il regno di Carlo V e del suo successore Filippo IV furono costantemente contraddistinti da conflitti contro i Turchi.
Astio mai placato che decretò l’ espulsione dei “ Moriscos” dalla Sicilia.
Da ricordare nel 1571 fu la Battaglia di Lepanto, in cui la flotta Cristiana capitanata da Don Giovanni d’ Austria sconfisse i Turchi.
I Cristiani rientrarono nel porto di Messina vittoriosi.
A questa spedizione partecipò anche Miguel de Cervantes, nota figura intellettuale e militare Spagnola.
Durante il regno di Filippo IV scoppiarono delle rivolte causate dalle troppe pressioni fiscali nelle città di Palermo, Catania e Messina.
Qui raccontiamo di un grande errore fatto dai Messinesi i quali, stremati dalla forte crisi generale dellImpero Spagnolo, chiesero aiuto ad i Francesi.
Fu una mossa azzardata e del tutto errata.
I Francesi presero tacitamente accordi di pace con la Spagna e lasciarono i Messinesi in balia del loro destino ormai segnato!
Come si può ben immaginare le conseguenze furono davvero catastrofiche.
Si optò per una linea di dura repressione che portò alla città di Messina ad una veloce decadenza.
Fino ad allora Palermo e Messina avevano goduto di un periodo florido e divennero centri nevralgici nel Mediterraneo.
Soprattutto Messina, che con la sua posizione ebbe un ruolo fondamentale per il commercio navale.
Prosperità che ebbe fine dopo la sopra citata repressione.
Con il Trattato di Utrecht si stabilirono i vari possedimenti della successione Spagnola e la Sicilia passò ad Amedeo II di Savoia.
La Dominazione Spagnola vide nascere a Messina il Collegio dei Gesuiti, il primo al mondo, ad opera di Ignazio de Loyola.
Nei secoli a venire la struttura sopra citata diventerà l’ Università degli Studi di Messina.
A livello urbanistico si preferirono strade più ampie e rettilinee, I Quattro Canti di Palermo ne sono un chiaro esempio.
Ricordiamo che nella Val di Noto ci furono due terribili terremoti nel 1542 e 1693 che spazzarono via ricche testimonianze dell’ epoca.
Il Barocco Siciliano Seicentesco si piantò in seguito alla ricostruzione dei disastri causati dai terremoti, soprattutto nelle città di Noto e Catania.
Esempi sono: Il Palazzo Biscari a Catania e caratteristici dettagli del Palazzo Nicolari Villadorata a Noto.

Dall’Unità d’Italia in Sicilia agli inizi del ‘900

L’Unità d’Italia in Sicilia iniziò con lo sbarco delle truppe Garibaldine l’11 Maggio del 1860 a Marsala.

La situazione generale Siciliana agli albori dell’ ingresso della spedizione dei Mille in Sicilia fu contrassegnata da numerose rivolte contro i Borboni.

La Sicilia ed i Siciliani desideravano talmente tanto la propria indipendenza e autonomia dalla corte Borbonica che si mostrarono da subito favorevoli ad accogliere Garibaldi e le sue idee di Nazionalismo patriottico Italiano.
Garibaldi dopo aver conquistato Marsala, si proclamò dittatore di Sicilia a nome del Re Vittorio Emanuele II.
Il 27 Maggio entrò a Palermo, il 17 Luglio a Milazzo ed il 27 di Luglio liberò la città di Messina.
Tre mesi dopo, il 21 di Ottobre del 1860, venne indetto il plebiscito ovvero il popolo Siciliano fu chiamato al voto per l’annessione della Sicilia al resto d’Italia.
Con quasi l’intera unanimità dei voti, la Sicilia fu annessa all’Italia sotto il Regno di Vittorio Emanuele II, nel Marzo del 1861 nacque il Regno d’ Italia.
I primi anni del Regno non furono tranquilli.
Il malessere generato da povertà e crisi economiche, conseguenze della dominazione Borbonica, crearono troppe aspettative ed illusioni miracolose nei confronti del nuovo Regno d’Italia.
Le promesse fatte da Garibaldi per le riforme agrarie si rivelarono vane e senza fondamenta.
Le terre vennero confiscate e vendute sottraendo guadagni al popolo.
Tutte le componenti di autonomie, ottenute dai Siciliani con pesanti rivolte sotto il dominio Borbonico, furono del tutto dimenticate.
Arrivarono in Sicilia alcuni funzionari dal Piemonte per amministrare al meglio l’Isola, ma questo generò sempre più incomprensioni tra due realtà culturali e di tradizioni troppo differenti fra loro.
Con la Legge Marziale del 1863 tutti coloro i quali erano considerati rei potevano essere fucilati senza avere alcun processo.
Del 1866 fu la rivolta di Palermo chiamata del “ sette e mezzo”, per quanti giorni durò.
Fu causata dalla crescente miseria del Governo, dalle ingenti morti causate dal colera circa 53000 vittime, per le continue vessazioni tributarie e per il generale sentimento di scontento.
I Siciliani accolsero a braccia aperte Garibaldi e le sue promesse, ma si ritrovarono in una situazione ancora più disgraziata di quella antecedente.
Storica fu la frase estrapolata da una lettera dello stesso Garibaldi a Adelaide Cairoli del 1868.
“…NON RIFAREI LA VIA DEL SUD, TEMENDO DI ESSERE PRESO A SASSATE…”
In questo quadro di assoluta confusione ed anarchia si intensificò sempre più una realtà, probabilmente già presente da secoli in Sicilia, della criminalità chiamata Mafia.
Il concetto di Mafia di quel periodo è più da intendere come un organizzazione di bande che difendevano i proprietari terrieri da furti e sciacallaggio.
Divenne un’organizzazione molto autoritaria di cui le autorità Piemontesi si servirono per necessità.
Le autorità si appoggiarono alla Mafia per gestire il popolo Siciliano ormai intransigente alle regole Piemontesi.
Così in cambio di privilegi i Mafiosi vennero messi ad amministrare le città, facendo da perno tra i Piemontesi ed il Popolo.
Sul piano commerciale la Sicilia si trovò sempre in netto ritardo rispetto al resto del Regno.
Le tasse crebbero sempre più ed anche la produzione di agrumi, grano e vino, le tre culture simbolo della ricchezza e della prosperità della Sicilia nel passato, furono penalizzate.
Il malcontento nei campi produsse una graduale crescita nei centri urbani ed una sempre più notevole emigrazione verso le Americhe.
Con l’Unificazione a livello economico anche i debiti vennero unificati a discapito della ricca Sicilia.
Infatti le ingenti ricchezze del Banco delle Due Sicilie, istituito sotto la dominazione dei Borboni, servirono per pagare i debiti degli altri Regni annessi.
Nel 1892 nacquero i fasci Siciliani.
Era un movimento che raccoglieva braccianti agricoli, operai e minatori.
Si riunirono per evidenziare le condizioni lavorative disumane.
Ricordiamo le oltre 700 miniere tra la provincia di Caltanissetta, Agrigento ed Enna, dove veniva estratto e lavorato lo zolfo per produrre lo zolfo raffinato.
In queste miniere lavoravano più di 30.000 Siciliani in condizioni disumane.
Il movimento fu definitivamente eliminato nel 1894 da una dura repressione di Francesco Crispi capo del Governo, nonché ex Garibaldino Siciliano.
In ambito letterario citiamo alcuni dei capolavori del periodo come il romanzo i Vicerè di Federico De Roberto, i famosi romanzi di Verga o il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa che raccontano la realtà Siciliana di questi anni.